Disegnare l’Indisegnabile: una spiegazione da Neil e Amanda

[Il post originale è stato pubblicato qui domenica 31 maggio 2015]

E così, come si dice, è andata anche questa.

Il New Statesman con Neil e Amanda come guest editor è uscito un paio di giorni fa. È quello che avremmo voluto che fosse: un numero che affronta il tema “Dire l’indicibile”, pieno di scrittori che dicono cose. Ci siamo dentro anche noi. È tutto perfetto.

Fatta eccezione per la copertina, che non è la copertina di Art Spiegelman che doveva essere, la stessa che è stata pubblicata online sul sito del New Statesman e che poi è sparita di nuovo. È invece una foto di Neil e Amanda scattata da Allan Amato. Una foto bellissima, con del testo sovraimposto. Ma non è la copertina che abbiamo detto a tutti che avremmo pubblicato, la copertina di cui tutti ci hanno chiesto.

Coperta dal risvolto, è fatta così:

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Vi dobbiamo una spiegazione sul perché sia successo, soprattutto poiché rientra stranamente nell’ambito dell’autoriflessione: un numero sul dire l’indicibile, che perde la propria copertina per ragioni legate — tra le altre cose — alla libertà di parola, all’errore umano e alla questione se si possa o no dire l’indicibile. O mostrare l’immostrabile. La versione breve di tutto questo è:

La copertina di Art a noi piaceva (e piaceva anche al New Statesman). Ci dispiace molto che non sia stata usata. Art l’ha ritirata perché pensava che gli accordi con il NS non fossero stati rispettati. Nello specifico, aveva disegnato un fumetto che voleva inserire nel numero, e noi come guest editor gli abbiamo assicurato che non sarebbe stato un problema. Tra Art e il NS c’è stata una cattiva comunicazione: loro non hanno risposto alle sue domande, oppure, secondo noi, non hanno capito che avrebbero dovuto includere il fumetto. Quando gli editor del NS si sono accorti del fumetto era già troppo tardi per inserirlo nel giornale, e quando la soluzione alla Amanda-e-Neil di metterla online è fallita, Art, con enorme dispiacere, ha ritirato la sua copertina.

Amanda:
Fra tutte le cose che eravamo entusiasti di attaccare con questo numero su “Dire l’indicibile”, la copertina era la prima della lista, perché ti metteva di fronte a un grande rompicapo: come si disegna quello che non si può dire? Neil e io abbiamo passato alcune settimane chiacchierando di tutte le possibili opzioni –- una delle cose migliori di essere una musicista e un fumettista che collaborano con altri artisti da anni è che abbiamo una lista di geni dell’arte lunga chilometri. Alla fine ha vinto Art Spiegelman, perché era perfetto per il tema. Mi ricordo di aver visto in un’edicola, la settimana dopo l’11 settembre 2001, la copertina del New Yorker, e di aver pensato inizialmente che fosse un’immagine nera a tinta unita. Poi, non appena la rivista ha preso la luce e ha rivelato due torri che sparivano come per magia, di una lucida tinta fantasma e con una singola antenna che attraversava la testata del New Yorker, sapevo che stavo guardando il lavoro di un genio dell’arte e delle emozioni.

Art è un guerriero del diritto di parola visuale da un sacco di tempo: la sua fondamentale graphic novel “Maus”, un’intensa testimonianza sulla famiglia e sul nazismo, è stata da poco ritirata dal commercio in Russia perché la copertina contiene una svastica (anche se nessuno potrebbe sostenere che si tratti di un “cimelio nazista” – per non parlare del fatto che Art ha già vinto la disputa in Germania e a “Maus” è stata riconosciuta un’importanza culturale tale da meritare un posto nelle librerie). Art ci ha anche ospitati nel suo appartamento. Quindi eravamo contenti quando ha accettato di realizzare la copertina, nonostante la sua diffidenza scontrosa nei confronti della stampa britannica (ci arriviamo tra un secondo) e io mi sono trascinata fino a Soho per chiacchierare a lungo con lui di quale immagine potesse essere fattibile.

Nell’arco tre ore, due passeggiate e tre luoghi diversi (un bar, lo studio di Art, e ci siamo fermati a visitare l’artista JR: avrete notato che questo fatto ha accidentalmente dato vita all’uso, all’interno della rivista, della collaborazione graffiti/disegni di Art e JR a Ellis Island ), abbiamo discusso delle possibili copertine, e io ho raccontato ad Art degli scrittori straordinari che avevamo a bordo, a scrivere dell’indicibile. Ho finito per ricevere un corso intensivo di tre ore sulla storia dei fumetti vietati, che ha compreso anche la vita e i tempi di Friedrich Wertham, il rogo e la censura dei fumetti.

Nel suo studio, Art mi ha mostrato alcune delle recenti copertine e dei fumetti realizzati dopo il massacro di Charlie Hebdo. Abbiamo improvvisato qualche idea. Un’immagine di me e Neil? Solo se è un’idea molto forte, ho detto. Non volevo che si parlasse dei nostri ego ed eravamo riluttanti all’idea di usare una bella foto di noi due in copertina: non diceva proprio nulla di indicibile.

Art mi ha mostrato un fumetto che aveva disegnato su cosa può e non può dire un fumettista, che ho trovato intelligente, spassoso e per nulla controverso: “Note da un fondamentalista del Primo Emendamento”. Ritraeva Art come il narratore con la testa di topo che spiegava a cosa servissero le immagini e perché gli editor ne avessero paura, preferendo invece mostrare faccine sorridenti con la scritta “Buona giornata”. Il fumetto era stato pubblicato su The Nation negli Stati Uniti, in molti Paesi europei e sulla copertina di un giornale tedesco, il Frankfurter Allgemeine. Non era stata pubblicata nel Regno Unito, aveva detto Art, quindi potevamo averla in esclusiva. Stupendo, ho risposto. Art mi ha spiegato che il New Statesman si era già rifiutato di pubblicarlo, dopo la strage al Charlie Hebdo, non –- gli avevano detto -– perché fosse controverso ma perché pensavano di avere già coperto Charlie Hebdo a sufficienza. Art era in Cina quando era successo il massacro e non si era messo a lavorare sul disegno fino a qualche settimana dopo l’esplosione della notizia. La London Review of Books l’aveva rifiutato perché “non erano d’accordo con quello che Art sosteneva nel fumetto”.

Era qualcosa di cui è fortemente convinto, ed era rimasto deluso che nessuno nel Regno Unito l’avesse visto. Avremmo inserito il fumetto nella rivista? A me e Neil piaceva molto: era un fumetto sul dire l’indicibile. L’abbiamo fatto sapere al New Statesman, e ci siamo messi a lavorare su quella che pensavamo sarebbe stata la parte più difficile, la copertina stessa.

1st amend-Charlie final 600 dpi(Clicca per ingrandire)

NEIL:

È suonato il telefono e Art e Amanda si trovavano a New York insieme. Abbiamo parlato delle idee per la copertina. Art è un fumettista: scrive meravigliosamente e benissimo, ma il suo mezzo di espressione è l’illustrazione, o quella combinazione di parole e immagini che insieme diventa qualcosa di più che i due elementi presi da soli.
“Non credo che abbiate bisogno di me,” ha detto. “Si può fare con una semplice foto di voi due in copertina.”
“Abbiamo bisogno di te,” gli abbiamo risposto.
Volevamo un’immagine potente come alcune delle sue copertine storiche del New Yorker. Art aveva smesso di fare le copertine del New Yorker, principalmente perché non gli piaceva negoziare né avere a che fare con chi lavorava nelle riviste, ma era disposto a farlo per noi.

“Il problema è,” ci aveva avvertiti, “che puoi scrivere l’indicibile e non importerà a nessuno. Ma se disegni l’indisegnabile, finisci nei guai.”
Gli diciamo che ci stiamo, a finire nei guai.

Vengono discusse delle idee: delle figurine di carta di me e Amanda, circondati dai costumi che potevamo indossare, tutti evocativi di cose che diversi gruppi avrebbero trovato offensive. Amanda e io bruciati sul rogo insieme ad altre cose bruciabili. Le tre scimmiette sagge: non-vedo, non-sento, non-parlo.

Abbiamo deciso per me e Amanda che affoghiamo nelle nostre nuvolette di parole, e abbiamo fornito ad Art delle nostre foto di riferimento.

Ci ha chiamati la settimana successiva. La copertina con le nuvolette di parole non funzionava. Ma aveva un’idea: un uomo che affondava nella merda, incapace di parlare di ciò in cui stava affondando.

L’uomo avrebbe gridato dei nomignoli infantili per la merda…

Art ci ha inviato una bozza dell’immagine.

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Era ottima, ma non era quella giusta. L’ho mostrata ad Amanda.

Era un’immagine potente. E alcuni giorni ci sembra davvero di affondare nella merda.

Però…
Ho parlato con Art dopo il Pen Gala e gli ho spiegato il mio problema.
“Per me non dice Dire l’Indicibile,” gli ho spiegato. “Dice Stiamo Affondando nella Merda. È la copertina del numero ‘Affondare della Merda’.”

Art aveva già un’altra idea. Me l’ha mostrata. Ho fatto una foto e l’ho mandata ad Amanda. Lei ha detto “SÌ!”. Avevamo la nostra copertina.

Una settimana dopo, Art ci ha inviato questa:

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Ed era perfetta. Amanda era preoccupata che la gente guardandola avrebbe visto solo una donna indifesa anziché una donna arrabbiata. A quelli del New Statesman piaceva (alcuni la adoravano), anche se erano preoccupati che sarebbe stata malinterpretata.

A questo proposito abbiamo scritto un pezzo, che avrebbe dovuto rientrare nella rivista:

In realtà, è possibile discutere l’indicibile. Ne stiamo discutendo qui, in questa rivista. In questo senso, “indicibile” è quasi un ossimoro.

Possiamo parlare di qualcosa senza mostrarlo. Possiamo discutere “disegniamo Maometto”, possiamo scrivere interi libri, se vogliamo, sulle tradizioni implicate nella rappresentazione di Maometto, i problemi inerenti, le questioni di potere, offesa e violenza coinvolte, e nessuno proverà a ucciderci perché li abbiamo scritti.

Quando disegni un’immagine, è un’altra storia: disegni l’indisegnabile”. Nel momento in cui disegni un’immagine che mostra qualcosa di trasgressivo, anche se lo stai semplicemente commentando, lo hai disegnato.(Nel 2010 a Seattle la fumettista Molly Norris provò a fare satira e commentare sulle questioni coinvolte nella rappresentazione del profeta in modo umoristico, disegnando vari oggetti come una balla di cotone, una tazza, un pezzo del domino, una borsetta, una ciliegia e un pazzo di pasta, ognuno dei quali sosteneva di essere l’immagine di Maometto. È stata inserita in una lista di condannati a morte da Al Qaida e vive nascosta da quattro anni.*)

* Questa è una semplificazione. In cima al fumetto, menzionava una falsa Giornata del ‘Disegniamo Tutti Maometto’, l’immagine è diventata virale e Molly è stata condannata a morte. Ecco una delle ultime vignette che ha disegnato prima essere costretta a nascondersi.

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Le immagini che ci scioccano o ci scandalizzano hanno un potere che le parole non hanno.

Amanda è andata a passeggio con l’artista Art Spiegelman nel centro di New York per un pomeriggio, imparando la lunga storia dei disegni e dei fumetti banditi e le conseguenze degli omicidi del Charlie Hebdo. Lei e Art hanno chiamato Neil al telefono e hanno discusso per un’ora delle scimmiette non-vedo, non-sento, non-parlo, di persone e stereotipi bruciati sul rogo, e come rappresentare immagini offensive senza offendere nessuno. Abbiamo scelto l’idea di Neil e Amanda intrappolati e affogati nelle loro proprie nuvolette di parole. Ma Art non era soddisfatto.

La prima proposta di copertina che ci ha mostrato era la splendida illustrazione di un uomo che stava affogando in un mare di merda, incapace di dire una parola. Poteva quasi funzionare, ma non era quella giusta. (Eravamo preoccupati che tutti pensassero, non senza ragione, che il tema fosse “stiamo tutti affondando in un mare di merda.”)
Quando ci ha mandato la bozza di una donna arrabbiata, legata e bendata alla “non-vedo”, ma che cercava comunque di urlare attraverso la faccina sorridente sulla sua ball gag, sapevamo di avere la nostra copertina.

E abbiamo smesso di preoccuparci della copertina.

Amanda:
Mettere insieme i contenuti della rivista è stato uno spasso e io, Neil, quelli del New Statesman e i vari scrittori che speravamo avrebbero scritto per il numero ci siamo scambiati uno tsunami di email. Qualcuno ha consegnato i propri pezzi solo qualche giorno dopo che glieli avessimo chiesti, altri hanno scritto pezzi di migliaia di parole per poi rovesciare il té sui loro computer all’ultimo minuto, perdendo la scadenza. Alcune domande delle interviste non hanno avuto risposta, qualcun altro si è ammalato.

Un po’ del materiale che ci è arrivato ha portato a nuove ispirazioni, ed è stato lì che abbiamo percepito la bella sincronicità di escogitare una rivista in tempo reale, con una scadenza. Le immagini inquietanti dei graffiti di JR a Ellis Island sembravano affamate di un contesto sulle questioni calde sull’immigrazione oggi; abbiamo riflettuto su chi avrebbe potuto scriverne e il New Statesman ha suggerito di invitare Khaled Hosseini (avevo letto i suoi lavori ma non mi sarebbe mai venuto in mente). Abbiamo incontrato per caso Laurie Penny in un bar di Cambridge e lei si è offerta di lavorare con l’autore di un pezzo che ci piaceva ma che sentivamo non fosse ancora completo. Abbiamo scritto una mail alla nostra amica Stoya per vedere quale fosse la sua opinione sulle questioni indicibili del suo mondo lavorativo, il porno. Stavo parlando con due amici al telefono quando mi è venuto in mente che avrebbero potuto scrivere di ciò di cui stavamo parlando: entrambi questi momenti hanno trovato posto nella sezione “Vox Populi”. È stato molto divertente. Quelli del New Statesman sono stati incredibili: hanno preso tutti i palloni che gli abbiamo tirato e hanno lavorato senza sosta alla sistemazione del numero perfetto. Erano tutti molto emozionati.

Due notti prima del lancio — la notte prima che i pezzi finali della rivista andassero in stampa, così che la rivista potesse uscire in tempo -– abbiamo ricevuto una mail depressa da Art. Avrebbe dovuto ritirare la sua copertina, perché aveva ricevuto una mail dalla rivista in cui gli si diceva che non avrebbero inserito il suo fumetto.

Per motivi di tempistica o per il contenuto? Probabilmente per i tempi. Il mio cervello si è messo a calcolare con frenesia. L’avevamo mandata? O ce l’eravamo persa nell’elenco degli articoli? O merda. Ho ammesso ad Art che non eravamo degli editor straorganizzati ma avremmo chiamato immediatamente la rivista. La cosa peggiore che potesse capitare era che avremmo perso la scadenza della stampa, però ce l’avremmo fatta per la versione online, che se tutto andava per il verso giusto avrebbe comunque ricevuto ancora più traffico di quella stampata. Art ha fatto un sospiro e ha detto che gli sarebbe bastato, ma aveva bisogno di una promessa da parte del New Statesman. Era troppo tardi per stampare il fumetto, hanno detto. Possiamo metterlo online? Sono rimasti di ghiaccio. Pare che ci fosse stata una riunione di tutto la redazione e che si fossero accordati che la rivista non avrebbe stampato nessuna immagine del profeta Maometto. Il fumetto di Art mostrava due copertine di riviste, quella che andava bene (una faccina sorridente che diceva buona giornata) e quella che era un problema (una faccina sorridente con un turbante e la parola “Maometto”, collegate da una freccina) e, in un pannello finale, mostrava Art che si strappava la maschera da topo e mostrava una faccia sorridente con un turbante in testa e diceva “Buona giornata”.

Neil e io abbiamo sospirato. Abbiamo riattaccato. Ci siamo guardati. Che palle.

“Okay. E se…” ho detto, “tu scrivi dell’evoluzione della copertina per l’edizione digitale della rivista, e lì metti giusto un’anteprima del fumetto, con un link alla versione completa che è già online? Potresti intervistare Art sulla censura. Così il fumetto riceve l’attenzione di cui ha bisogno ma il New Statesman non deve per forza pubblicarlo, Art ottiene quello che vuole e noi non dobbiamo perdere la nostra bellissima copertina. Perché onestamente, l’ironia pesante del fatto che siamo qua seduti a discutere che possiamo perdere la copertina del numero “Dire l’indicibile” perché non possiamo stampare una faccia sorridente con un turbante…”

Neil ha aggrottato le sopracciglia.

“Ci possiamo provare.”

Abbiamo chiamato il New Statesman. Hanno accettato.
Abbiamo chiamato Art. Ha detto che gli sarebbe andata bene.

Abbiamo fatto un gigantesco sospiro di sollievo. Neil ha chiamato Art e gli ha fatto un’intervista per il blog, hanno parlato di immagini, arte, censura e del perché gli artisti abbiano bisogno di produrre arte per comunicare. Neil non riusciva a capire perché Skype non funzionasse. (Io ero a letto su internet e scaricavo delle cose.)

Ma dopo tre chiamate è venuto a letto. Eravamo salvi.

Il mattino dopo, alle dieci, avevo ricevuto messaggi vocali e sms che mi dicevano di chiamare il New Statesman. Ho deglutito. Abbiamo fatto la telefonata. Il trattato di pace si era rotto nella notte. L’agente di Art aveva scritto in un contratto la promessa di ospitare l’anteprima con il link in un blog scritto da Neil, e l’aveva inviato. Non lo avrebbero firmato. Ci hanno spiegato che se non avessero fatto come Art chiedeva, avrebbero dovuto mandare al macero l’intera rivista. Hanno detto che preferivano perdere la copertina. Erano le 11 del mattino, Neil e io eravamo sul treno per andare dalla sua famiglia in campagna, con il segnale del telefono intermittente. Abbiamo passato l’intero viaggio convinti che saremmo riusciti a rimettere insieme l’accordo della notte precedente. La scadenza assoluta per stampare la copertina era mezzanotte.

Non ce l’abbiamo fatta.

Alle 11:45 di notte, era chiaro che la copertina di Art sarebbe stata rifiutata. Ci siamo messi a discutere, riluttanti, delle possibili alternative. Il New Statesman ci ha mostrato una prova di una copertina semplice, una foto scattata quattro anni fa da Allan Amato, con le parole “Dire l’indicibile” stampate sulle nostre facce. Ci siamo seduti in un bar della campagna inglese con connessione wireless e l’abbiamo scaricata.

“Che stronzata. È un numero sulla censura e sembra la copertina di GQ.” Ho detto.

“Magari potremmo farla tutta nera…” ha detto Neil (Ovvio).

Abbiamo mandato un paio di commenti poco convinti al New Statesman, dicendo di migliorare la dimensione e la posizione del testo, ma non c’era più tempo di discuterne. La copertina è andata in stampa.

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Neil:

È stato un casino totale. La previsione ironica di Art di una fotografia di me e Amanda in copertina si è verificata.

La frustrazione di Art sta nel fatto che la stampa britannica possa scrivere di libertà di parola ma allo stesso tempo una politica generale per cui diventa impossibile mostrare un’immagine come questa. (In questo contesto: Art ci mostra una rivista con una faccina sorridente e un turbante, etichettata come Mohammed, per mostrarci cosa rappresentasse un problema e cosa no. Il New Statesman la prende come un’immagine del Profeta, cosa che in redazione avevano deciso di non mostrare mai.)

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Sospetto che se la redazione del New Statesman avesse avuto più tempo per parlare e pensare al fumetto di Art saremmo riusciti a pubblicarlo, ma potrei anche sbagliarmi.

La notte prima di andare in stampa, quando l’accordo era che ne avrei scritto per il blog del New Statesman, ho intervistato Art. Ha detto molte cose valide sulle immagini e sulle vignette, e sul perché la stampa britannica non avrebbe mostrato immagini, come il suo fumetto, che erano sulla copertina di alcuni quotidiani tedeschi e all’interno di altre pubblicazioni importanti in Europa. Sul perché, in una società laica, è vitale non aizzare ma discutere, e sul fatto che le persone che per comunicare usano dei disegni hanno bisogno di poter usare i propri disegni, così come chi usa le parole usa le proprie parole. Non si può porre un “veto Kalashnikov” su ciò che viene pubblicato.

(Il blog alla fine non è uscito e, come dice Art, ha concesso l’intervista quando ancora era ben disposto nei confronti del New Statesman. Non si sente più così, perciò non riporterò nessuna sua citazione.)

Art è arrabbiato: per il lavoro buttato e soprattutto perché vuole che le persone possano vedere il suo fumetto nel Regno Unito.

Gli editor del New Statesman erano addolorati, intrappolati tra l’incudine di mostrare un’immagine che poteva interpretata come un ritratto di Maometto pur di non perdere la copertina, e il martello del disagio nei confronti dell’agenzia Wylie.

Amanda e io siamo tristi e delusi, io soprattutto perché pensavo che la soluzione che avevamo proposto funzionava – intendo quella di scrivere un blog sul sito delNS, con un’anteprima del fumetto cliccabile per vederlo a dimensione intera, in modo da poter vedere il fumetto, e io e Art nel blog avremmo parlato della posta in gioco. Sono ancora triste per il fatto che il New Statesman si sia tirato indietro non appena l’accordo è stato messo per iscritto.

Sono ovvie, rigurdando le catene di email, le interruzioni nella comunicazione tra Art e il New Statesman e viceversa, mentre io e Amanda eravamo risucchiati nel vortice del lavoro di guest editor:scrittori che si tiravano indietro, altri che tornavano, articoli spediti a noi o direttamente all’NS, articoli, editoriali o interviste che abbiamo aspettato fino all’ultimo minuto; il tutto mentre cercavamo di mantenere in funzione la nostra vita e i nostri lavori veri, quelli che ci danno da mangiare. È stato un casino nostro tanto quanto di chiunque altro: sapevamo di volere il fumetto e di averlo inviato e non ci abbiamo più pensato fino alla fine.

Neil e Amanda:

È andata così, ed è per questo che la copertina di Art non è la copertina del New Statesman.

Dirigere una rivista è un lavoro complicato e folle, e dover gestire la crisi dell’ultimo minuto non è stato divertente per la squadra del New Statesman, che ci ha sostenuti fin dall’inizio e che è finita a doversi confrontare a viso aperto con cosa sia o no indicibile. (E dal loro punto di vista, per come l’hanno espresso a noi, era anche una questione di libertà di parola: non volevano pubblicare il fumetto e non sarebbero stati costretti a farlo.)

Ma…

È proprio così che ci si infila in questi casini. “Ci piacerebbe, ma…” “Dovremmo, ma…” “Crediamo nella libertà di stampa, ma…” È una morte dai mille ma. Volevamo dire l’indicibile e disegnare l’indisegnabile. Alla fine ci è sembrato di averci provato e, per un errore umano nostro e della rivista, di non esserci riusciti.

Siamo molto, molto orgogliosi di questo numero e siamo onorati che il New Statesman ci abbia dato la possibilità di riunire tutti questi artisti e questi scrittori. Siamo riusciti ad avere un articolo dell’Ascivescovo di Canterbury sui motivi per cui la religione ha bisogno della blasfemia e uno di Stoya sul porno, e altri di Michael Sheen, Hayley Campbell, Kazuo Ishiguro, Roz Kaveney, Nick Cave…

Avremmo solo voluto essere orgogliosi della copertina tanto quanto lo siamo del contenuto.

Buona giornata.

Neil e Amanda

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